Una casa, un lavoro e i miei nuovi amici italiani. La storia di Yahya

 

"Se tornassi nel mio Paese, mi prenderei una pallottola in testa. Io non ci torno, là, io voglio vivere.”
Sveglio, sorriso aperto ma negli occhi ancora tanta, tanta, paura.

In Ghana Yahya ha appena compiuto diciott’anni quando lo prende di mira il padre della ragazza che ha cominciato a frequentare. L’uomo è violento, ostile alla sua famiglia, e in fretta la situazione precipita: offese, minacce, insulti. “Avrei dovuto subito denunciare tutto ma non me la sono sentita”, spiega Yayha che ormai parla bene l’italiano e confessa: “Mi hanno minacciato puntandomi addosso una pistola e hanno incendiato il campo di mio padre”.
Di rivolgersi alla polizia, non se ne parla. Yahya non si fida - "là non ti protegge nessuno"- e preferisce scappare. Prima nel nord del Paese, poi in Libia. Quando diventa troppo pericoloso anche lì, scappa di nuovo. Approda a Taranto, sale fino a Milano dove viene accolto nel Centro di via Stella per richiedenti asilo, gestito da Progetto Arca.
“E’ stato come tornare in famiglia”, racconta con un sorriso che va da un orecchio all’altro.

Nei tre anni in cui rimane al Centro, una piccola struttura che ospita una cinquantina di ragazzi, Yahya si impegna al massimo. Studia italiano più che può, prende la licenza media, segue svariati corsi professionali, si sperimenta in altrettanti lavori: facchino, portiere di albergo, lavapiatti, aiuto cuoco. “A me piaceva fare il portiere perché stai in mezzo a tanta gente, ma il mio italiano era ancora troppo incerto e alla fine non mi hanno rinnovato il contratto.”

Ora Yahya è nello staff della cucina: “attacco alle due del pomeriggio, smonto alle nove di sera. Ogni giorno c’è qualcosa da imparare”. Ma la vera novità è che da tre mesi è tornato a vivere in una casa vera.
A differenza di tanti suoi coetanei, che si scontrano con il rifiuto di chi per pregiudizio non affitta agli stranieri, Yahya è stato fortunato. “Nella ricerca mi hanno aiutato gli educatori del Centro di via Stella, insieme abbiamo conosciuto il proprietario”. Che è un ragazzo italiano, poco più grande di Yahya, e che lo ha accolto come un fratello. “Dividiamo l’appartamento e siamo diventati amici. Nei momenti liberi guardiamo le partite di calcio e giochiamo alla Play. Il 25 dicembre lo passerò con lui, a casa della sua famiglia.”

 

 

 

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