Peter Cockersell


Oltre vent’anni di esperienza alle spalle nella cura di persone fragili in svariate organizzazioni inglesi. Psicoterapeuta psicoanalitico, Peter Cockersell è stato direttore dell’Health and Recovery al St. Mungo’s, la più grande organizzazione britannica che si occupa di homeless. Oggi affianca l’attività di consulenza all’insegnamento nel dipartimento di Psicologia dell’Università di Surrey (Inghilterra).

Abbiamo avuto il piacere di incontrare Peter nei nostri uffici di Milano, e ne è nata questa intervista.

Salute e senza dimora, quali priorità vedi per il futuro?

Il tema della salute sarà legato sempre di più a forme di malattie mentale. Non si tratta di una novità, attualmente la depressione colpisce più di 350 milioni di persone. Nel sud come nel nord del mondo questo disturbo diventerà entro il 2030 la maggiore causa di mortalità. E il mondo dei senza dimora, con tutto il carico di fragilità che l’accompagna, sarà sempre più colpito da sindromi depressive. La priorità per i prossimi 10 anni dovrà essere individuare modalità di sostegno “non classiche” a condizioni di fragilità mentale.

Dodici anni fa hai avviato a Londra il servizio di post-acute per persone, ricoverate e dimesse dagli ospedali, che non hanno una casa dove continuare le cure. Ci racconti la tua esperienza?

Quando abbiamo iniziato dovevamo rispondere alle esigenze di persone con problemi di salute evidenti che avessero bisogno di trascorrere un periodo più lungo all’interno dei nostri dormitori. Nel tempo, in particolare negli ultimi tre anni, questa esperienza si è fortemente ampliata, rendendo le cure mediche la prima tappa di un vero e proprio percorso di recupero ed integrazione sociale. Anche i politici hanno compreso il vantaggio di questo approccio, a partire dai dati economici (riduzione dei costi per il servizio sanitario e dei frequenti ricoveri ravvicinati in emergenza ndr). Noi, invece, dal benessere delle persone accolte e dalle loro ri-partenze!

Al St. Mungo’s hai introdotto la psicoterapia come approccio di cura. Perché, e con quali benefici?

Il percorso di cura e di intervento è stato graduale e sempre più efficace. Abbiamo constatato che un lavoro di trattamento prima, durante e dopo il percorso di accoglienza rende più rilevante l’attività quotidiana degli operatori e più durevoli i risultati.
Ognuno di noi ha vissuti di fragilità che vanno accolti per dare senso e significato all’intervento sui bisogni primari.

Ci insegni che anche la qualità dello spazio è un elemento molto importante e da tenere sotto controllo. Quali buone pratiche andrebbero messe in atto?

Occorre leggere gli spazi in funzione delle relazioni e del benessere o del malessere che possono creare. Non limitarsi, insomma, a considerare lo spazio come una somma di attività o in termini di posti letto che può ospitare. Il rapporto fra “spazio” e “relazione” è così stretto da essere condizione primaria per un reale e autentico percorso di promozione ed integrazione.
E’ ovvio che un dormitorio per 100 persone non può essere un luogo capace di creare condizioni di benessere.

Questo non significa che si debbano chiudere subito tutti i dormitori, soprattutto se legati ad un’emergenza in corso, sarebbe da irresponsabili. Però dobbiamo far crescere spazi che rispettino l’intimità, un diritto fondamentale per ogni persona.

Un consiglio che daresti a chi lavora, anche come volontario, con persone fragili…

Il consiglio è di pensare non al fare ma all’essere. Ognuno di noi è naturalmente portato ad una generosità attiva, ma se non abbiamo cura delle radici di questa generosità - anche professionalmente orientata - il rischio è di creare alberi apparentemente saldi, ma che cadranno rovinosamente. L’unica strada da percorrere è una prevenzione attenta, fatta di ascolto e di intenzionalità progettuale, che passi anche attraverso l’approccio psicologico.

 

 

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