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Viveva in un laboratorio non abitabile insieme ai tre figli, di cui uno con disabilità. Nella casa dove li abbiamo accolti, ha tappezzato il frigo di loro foto. Quando entriamo, c’è solo Daniela.
I ragazzi sono a scuola e l’ordine generale non è quello tipico delle case dove convivono due adolescenti e un bambino.

Nei suoi 46 anni, racconta Daniela, si sono succeduti traslochi, lavori precari e troppe notti tormentate dal pensiero su come tenere insieme affitto, bollette, spese mediche per il figlio e una relazione che col tempo si era fatta sempre più pericolosa. Quanto lo fosse, Daniela lo scopre due anni fa.

Iniziano così i primi episodi di maltrattamento: una minaccia velata, un’umiliazione davanti agli altri. “Prometteva di cambiare ma poi non cambiava mai”. Fino alle mani. Scatta la denuncia e per l’uomo viene emesso un ordine di allontanamento. “Il laboratorio non aveva una serratura, solo un codice d’accesso che lui conosceva. Vivevo nel terrore di trovarmelo davanti”.

Su consiglio di una psicologa del consultorio, Daniela comincia a fare richiesta di casa popolare: “Ho partecipato a non so quanti bandi. Nonostante avessi tre figli e un bambino con disabilità, tutte le volte c’era qualcuno che arrivava prima di me. Oppure mi dicevano che c’era stato un errore, anche piccolo, nella domanda”. I servizi sociali contattano Progetto Arca. Il primo appartamento libero e abbastanza spazioso per ospitare tutti viene assegnato a lei.

Da quando è arrivata nella nuova casa, che ha personalizzato appendendo i suoi quadri, Daniela ha smesso di vivere in apnea e si è subito proiettata verso i prossimi passi: aprire un conto personale, trovare un lavoro stabile e fare un piano di risparmio per gli studi dei figli. Il più grande sogna di diventare animatore di video 3D.

“Questa casa mi ha dato la possibilità di tornare a essere indipendente”. Daniela ne fa un punto fermo: l’indipendenza è la chiave per una vita libera.


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